I Conti di Cavaglià, dopo il borgo natale (Cavaglià), ebbero tre feudi: Ticineto, Frassineto Po e
Valmacca. Sul web, e su pubblicazioni cartacee di vario tipo, da 40 anni, c’è stato un curioso
fenomeno di auto attribuzione del titolo di “conte di Cavaglià” da parte di Pier Felice degli
Uberti, già Ubertis già Noé, e da parte di suo padre Alfredo, pretesa che non risponde a nessun
criterio storico-scientifico e documentale.
Qui di seguito vi presentiamo un sunto dei lavori scientifici di sette Università che, con le loro
facoltà di storia, ed altre, hanno studiato e compulsato gli archivi e prodotto una indiscutibile
ricostruzione delle sorti dei quattro feudi predetti.
Cavaglià
“La famiglia dei conti che ormai diremo di Cavaglià riuscì, sembra, a ritagliarsi un’area di
dominio signorile comprendente i castelli di Cavaglià, Alice, Roppolo, Dorzano e Arelio (un’area
chiave per le comunicazioni tra Vercelli e Ivrea, che resterà tale fino al XX secolo, quando verrà
costruito il tronco autostradale Santhià-Ivrea). Tuttavia nel corso del XII secolo e del successivo
la geografia dei poteri signorili della zona si complicò, grazie al radicamento di famiglie
vercellesi come i Bondonno e i Bicchieri, e si inasprì la concorrenza per il potere su vasta scala,
polarizzando anche le competizioni a livello locale (Rondolino, pp. 54-58). I conti di Cavaglià si
schierarono con Federico Barbarossa e l’adesione alla parte imperiale segnò, seppure in
negativo, l’inserimento organico dei conti e del territorio intorno al lago di Viverone nell’orizzonte
della politica territoriale del comune di Vercelli. Cavaglià venne compresa saldamente nel
districtus comunale vercellese, anche mediante il ricorso allo strumento tradizionale dei patti di
cittadinatico (nel maggio 1202 fu stipulato un patto tra il conte Aimone di Cavaglià e il comune di
Vercelli: Mandelli, tomo III, p. 262). Non interessano qui le vicende delle alleanze dei conti con
l’una o con l’altra parte nel corso del Duecento, quando si andò precisando il sistema dei
collegamenti feudali, con funzione legittimante, tra i conti e i poteri superiori costituiti dai vescovi
di Vercelli, dai vescovi di Ivrea e dall’impero [Rondolino, p. 61 sgg.; A.S.T., Corte, Monferrato
feudi, m. 25, Cavaglià: dipl. del’imp. Federico II del 1249 in favore dei conti Giorio e Pietro di
Cavaglià]. Va osservato piuttosto che il comune di Vercelli incominciò per tempo, e già sul finire
del secolo XII, a cercare collegamenti diretti, mediante giuramenti di cittadinatico, con singoli
abitanti di Cavaglià (cfr. Pacta et conventiones, indice cronologico, nn. 5, 19, 70, 194). La
comunità riuscì così a ritagliarsi un ruolo politico, riuscendo a confrontarsi direttamente con il
comune di Vercelli, pur nel contesto di pattuizioni nelle quali la comunità era solo una delle
molte parti: nello statuto visconteo (p. 131v-132r) venne ricordato un patto tra il comune di
Vercelli da una parte e dall’altra la comunità di Cavaglià, il dominus Pietro Bicchieri e la sua
domus, i Bondoni, il dominus Giacomo di Saluzzola (probab. della famiglia dei conti di
Cavaglià), Ottobono de Raynerio di Bene e altri loro aderenti. Gli stessi statuti contengono anzi
un discreto numero di capitoli dedicati espressamente a Cavaglià (pp. 136v-138r), che
rimandano a una tradizione di rapporti che affonda spesso le radici nel secolo precedente: il
comune di Vercelli — ormai organicamente inserito, con un ruolo subalterno, nel complesso e
variegato spazio politico visconteo — si impegnava a osservare “omnes libertates, immunitates
concessas et privilegia datas et concessas per commune Vercellarum communi et hominibus
Cabaliace” con instrumento datato 9 gennaio 1257, allorchè era stato costruito il nuovo borgo di
Viverone (cfr. oltre, Luoghi scomparsi, Statuti). ”
“…Cavaglià e il suo territorio appartennero, dopo la dedizione del 1429, alla dominazione
sabauda. Nel Cinquecento, come alla voce Feudo, le necessità finanziarie del ducato
suggerirono l’infeudazione degli uffici di Cavaglià e dello stesso mero e misto impero, vale a dire
della piena giurisdizione…”
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In sintesi, già dal XIII, secolo i conti di Cavaglià vengono estromessi dalla città, che si
ritaglia una sua propria dimensione autonoma.
Nel 1560, Cavaglià passò in proprietà alla ricca dinastia degli Scaglia. Tuttavia, nel 1583, il
paese passò in potere della corte di Carlo Emanuele I di Savoia.
Francesco Guasco nel suo “Dizionario feudale degli antichi Stati Sardi e della Lombardia
(dall’epoca carolingica ai nostri tempi, 774-1909), Pinerolo, Tipografia già Chiantore-Mascarelli,
1911, 5 voll., pp. compl. XVI-2370, Biblioteca della Società Storica Subalpina, LIV-LVIII”
descrive tutte le successioni del feudo di Cavaglià sino alla successione, nel 1789, ad
Alessandro Doria, Marchese di Cirié e del Maro, con il titolo di marchese.



La famiglia Doria, marchesi di Cavaglià, si estinguerà con Paolina Antonia, morta a Casale
Monferrato nel 1946.
Frassineto Po
“…I conti Cavaglià di Frassineto, escluso un periodo piuttosto breve di vassallaggio nei
confronti del Vescovo di Vercelli, furono sempre vassalli diretti dell’impero, almeno fino al 1294,
quando accettarono la cittadinanza di Casale e ne riconobbero la giurisdizione. Il 12 marzo del
1434, i conti di Cavaglià ramo di Frassineto “havendo l’ill.mo et Ecc.mo Signor Principe
Giovanni Giacomo Paleologo reinvestiti per sua benignità e clemenza del castello feudo et
luogo di Valmacca, li nobili Sig. Zanino quondam Domenico Aimoneto figlio del fu altro Aimoneto
a loro nome et delli Nobili sig. Antonio quondam Lodovico, Thomeno quondam Honofrio, Biagio
del fu Bernabò, Antonio del fu Odone, Bonifacio quondam Franceschino tutti dei nobili di
Frassineto et de’ Conti di Cabaliate. Questi non volendo essere insigniti del beneficio ricevuto,
spontaneamente per loro et suoi heredi fecero piena quietanza, rimessa et liberazione al
sopradetto Principe accettante per lui et per li suoi heredi e successori di tutte le ragioni che
ciascheduno delli detti Cabaliati havevano et potevano havere nella giurisdizione, huomini,
mero e misto imperio et possanza della spada e di tutte le cose in qualunque modo spettanti
alla Giurisdizione del castello terra et luogo predetto di Frassineto, come per istromento rogato
al sig. Segretario Serafino di Santa Maria…” I Conti di Cavaglià fecero quindi rimessa al
marchese di Monferrato di tutti i loro diritti sul castello e il territorio di Frassineto e andarono
definitivamente a stabilirsi a Valmacca. Dal 1434 “ si ritenne Frassineto sotto l’immediata
giurisditione de Sovrani Principi del Monferrato sino a tanto che il Ser.mo Duca Vincenzo di
questo nome il primo, ne fece vendita et molte prerogative al Sig. Evasio Ardizzi gentilhuomo di
Casale sotto li 12 luglio 1604… “ (AST, Giacomo Saletta, Ducato di Monferrato,
Manoscritto)…”
“…Come risulta anche da un decreto del 1417, il marchese Teodoro di Monferrato, cede alla
comunità di Frassineto “tutti li beni comuni, le alluvioni, ghiare, boschi e gerbidi che si trovano
tra il detto luogo e il fiume Po “.(AST, Paesi A e B, Mazzo 12 F., Frassineto, F.2, Decreto di
Teodoro Marchese di Monferrato per cui cede alla comunità di Frassineto tutti li beni comuni, le
alluvioni, ghiare, boschi e gerbidi che si trovano tra il detto luogo e il fiume Po, 1417). Un altro
documento di alcuni anni dopo (1436) conferma la cessione. (AST, Paesi A e B, Mazzo 12 F.,
Frassineto, F.3, Convenzione seguita tra il signor Gioanni di Monferrato a nome del Signor Giò
Giacomo Marchese di Monferrato e la Comunità et uomini di Frassineto per cui il predetto
Signor Marchese cede alla detta Comunità il porto sul fiume Po con tutti i redditi che ne derivano nonché i pascoli pubblici, gerbidi oltre li dazii, forni, taberna e beccaria e questa si
obbliga a pagar annualmente al Signor Marchese e successori la somma di fiorini 150 da reali
32 caduni, 1436).Gli statuti del 1537, approvati da Federico Gonzaga, marchese di Mantova, e
dalla moglie Margherita Paleologa, marchesa di Monferrato, prevedono la presenza all’interno
della comunità di Frassineto di un forno comune, di terreni per il pascolo libero e gratuito e
boschi per far legna.
Nel 1742 l’intendente di finanza fa una relazione sullo stato dei beni della comunità di
Frassineto Po: “ Li beni di questo territorio sono ben coltivati, che consistono in campi o prati,
con poche vigne con 30 moggia di gerbido e denominato gerbido dell’Annunciata di raggione
della comunità qual sempre è stato destinato il pascolo di bestiami non hanno altri pascoli” (
AST, I Archiviazione, Provincia di Casale, Mazzo I , F.18, Relazione dello stato e coltura dei beni
de’ territori della città e comunità della provincia di Casale; stato de’ raccolti, co’ quesiti fatti
dall’Ufficio Generale di Finanze in dipendenza di detta relazione , 1742-1743).
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In sintesi, dal 1434, i Cavaglià NON ebbero più Frassineto; la comunità acquistò la
propria autonomia attraverso rapporti diretti con il Marchese del Monferrato dal 1417.
Non esiste pertanto dal 1434 nessuna signoria dei Cavaglià su Frassineto.
Ticineto
“…L’ormai sempre più potente marchese di Monferrato si arrogò il diritto di ampliare e
consolidare i suoi, già vasti, domini appropriandosi dei luoghi attigui: Ticineto divenne una
buona preda, data la vicinanza del suo territorio con la sempre più importante e strategica città
di Casale, allora non ancora capitale del Marchesato di Monferrato ( la capitale e residenza dei
marchesi fu, fino al 30 gennaio 1435, la città di Chivasso). Il 6 maggio 1355 con diploma
imperiale, l’imperatore Carlo IV concesse “tutte le terre che possedevano e dovevano
possedersi dai conti di Cavaglià” al marchese di Monferrato. I Cavaglià ormai nemici del
marchese protestarono vivacemente e ottennero con un nuovo diploma (14 giugno 1355) la
restituzione dei feudi: “diploma dell’imperatore Carlo IV di confirmazione e nuova concessione a
favore di Guglielmo di Ruffinengo fu Francesco e Filippello fu Bonifacio di Frassineto conti di
Cavaglià a loro nome e degli altri consorti ivi nominati de’ castelli e luoghi di Ticineto, Frassineto,
Adorno e Molo, Alice, Cavaglià, Casanova, Carcano, Dorzano, Ropolo, Castelnuovo, Paverano,
Salamone, Erbario, Loiario, Monte sovra il Po, Lassania, Bremide, Benaiano, Astelliano,
Salvarengo e Valmacca…” (AST, Monferrato Feudi, Tomo II, Mazzo 64, F.1). Ma questa
investitura durò pochi anni, nel 1369 infatti il marchese di Monferrato, Giovanni II Paleologo,
riottenne il territorio di Ticineto. I Cavaglià si schierarono a questo punto con Galeazzo Visconti,
duca di Milano, nella guerra scoppiata nel 1370 con il marchese di Monferrato. Vennero perciò
presi in considerazione nel trattato di pace del 7 luglio 1377: “… Tabulae pacis inter Galeatium
Vice Comitem Mediolani, nec non comitem virtutum ac ipsorum socios ab una: Othonem II vero
Marchionem Montisferrati eiusque Curatorem Ducem Brunscvicensem, ac tutorem fratrum dicti
Marchionis eorum 1377… Nobiles de Frassaneto de Ruffinenghis, Salvaticis et Cicugnonibus,
Aimonetus de Ticineto, coeterique alii consortes eorum, omnes comites Cabaliacae.” (Codex
Diplomaticus, vol. III). Ma anche questa situazione durò poco: il marchese di Monferrato
ottenne, con diploma 16 aprile 1384, dall’imperatore Venceslao i privilegi già concessi negli anni
1355-1369 da Carlo IV ma, sotto il vassallaggio dei marchesi del Monferrato, i Cavaglià
perdettero pian piano ogni indipendenza e vennero considerati ormai come vassalli minori. I
Cavaglià rimasero signori di Ticineto e Frassineto fino al 1390, anno in cui Giovanni Radicati di
Cocconato sposò Antonia di Cavaglià che portò in dote il feudo. …”
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Dall’analisi predetta i Cavaglià persero ogni diritto e titolo su Frassineto nel 1390: ergo nessun
titolo può essere considerato superstite dopo questa data.
Valmacca
“…L’ultimo Cavaglià di Valmacca fu Ludovico dei Ruffinenghi che, il 23 marzo 1625, fu investito
della porzione di Valmacca , devoluta alla Camera Ducale per la morte di Agostino Cavaglià. Il
suddetto, nel 1635, vendette parte dei privilegi: il mulino ai Coppo di Casale e cinque mesi della
giurisdizione ai nobili Sannazzaro e, nel 1651, gli altri cinque mesi di giurisdizione a Giuseppe e
Pietro Coppa.
Nel frattempo, la piccola comunità di Torre d’Isola che, nella seconda parte del Settecento,
entrerà a far parte del territorio di Valmacca, ottiene l’investitura a favore di Francesco Riccio.
“L’investitura concessa dalla duchessa Anna d’Alecon madre di Federico e Margherita duchi di
Mantova e Monferrato a favore di Francesco Riccio delle porzioni spettategli del feudo di Torre
d’Isola giurisdizione e pertinenze”. (AST, Monferrato Feudi, Tomo II, Mazzo 65,Torre d’Isola, F.1,
Investitura concessa dalla Duchessa Anna d’Alecon madre di Federico e Margherita Duchi di
Mantova e Monferrato a favore di Francesco Riccio delle porzioni spettategli del feudo di Torre
d’Isola giurisdizione e pertinenze,1538).
Nell’ultima parte del secolo, ad essere investiti del territorio di Valmacca col titolo comitale
furono i fratelli Vicenzo, Bartolomeo e Orazio Zanotti (investitura 1° giugno 1693), in seguito
all’acquisto dei beni appartenenti alla Camera Ducale e in passato appartenuti a Costantino
Maria Mola. Nel 1706, venne formato “lo stato dei feudatari in Monferrato”. Valmacca compare
così: “Valmacca Consortile e giurisdizione quadriennale Conte Giacinto Sannazzaro, Bernardino
Scozia et Girolamo Cocconato. Il sig. Dott. Michele Coppa, il sig. Conte Vincenzo Zanotti, il sig.
Antonio Montiglio tutti abitanti in Casale.” (A.S.T., Monferrato, Ducato, mazzo 17)…”
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L’ultimo della famiglia dei Conti di Cavaglià, Ludovico dei Ruffinenghi, restituisce il feudo
al Marchesato di Monferrato e, nella seconda metà del XVII secolo, il feudo viene re-
infeudato ad un consorzio di più famiglie.
Conclusioni storico documentali
Nel periodo compreso tra il XIII secolo ed il XVII secolo i Cavaglià perdono progressivamente
ogni diritto e titolo sui quattro feudi sopra descritti.
L’ultimo dei Cavaglià, Ludovico dei Ruffinenghi, cede quindi nella seconda metà del secolo XVII
ogni diritto su Valmacca. Da quel momento la famiglia dei Conti di Cavaglià è estinta e tutti i
titoli vengono ridistribuiti, dai sovrani del Marchesato del Monferrato, ad altre famiglie.
Ma… a volte ritornano!
Stupisce che, dalla fine degli anni ’70, dopo 300 anni, il fotografo Alfredo degli Uberti, già
Ubertis, già Noè, insieme a suo figlio Pier Felice degli Uberti, già Ubertis, già Noè, impiegato di
banca, hanno cominciato a insignirsi dei titoli di Conte di Cavaglià con Ticineto, Frassineto e
Valmacca…

La storia dei feudi dei conti di Cavaglià dalla più recente storiografia.
Si ringraziano i seguenti Atenei:
Università Cattolica di Milano
Università Statale di Milano
Università di Genova
Università di Torino
Politecnico di Torino
Università del Piemonte Orientale
Università di Bergamo
e i seguenti docenti e ricercatori:
Emanuele Camillo Colombo – Università Cattolica di Milano; Beatrice Del Bo – Università di
Milano; Paola Guglielmotti – Università di Genova; Osvaldo Raggio – Università di Torino;
Gelsomina Spione – Università di Torino; Antonio Stopani – DIST (Università di Torino,
Politecnico di Torino) ; Vittorio Tigrino – Università del Piemonte Orientale; Angelo Torre –
Università del Piemonte Orientale; Massimo Vallerani – Università di Torino; Riccardo Rao –
Università di Bergamo
Per leggere cosa è il progetto Casalis, rimandiamo al sito Storia dell’Ente | www.centrocasalis.it
Un doveroso ringraziamento va a “Vivant, Associazione per la valorizzazione delle tradizioni
storico-nobiliari” ( www.vivant.it ) per il prezioso lavoro sui testi del “Dizionario Feudale”, di
Francesco Guasco, del “Patriziato Subalpino”, di Antonio Manno e altre informazioni condivise.