“la mia principale offesa non è quella di non essere in grado di cogliere la complessità di casi come quello di Mac Carthy Mór, ma di comprenderli fin troppo bene, e la verità è infatti più difficile da perdonare della menzogna” (Sean J. Murphy, MA, Centre for Irish Genealogical and Historical Studies)
Lo scandalo Niad Nask (Ordine della Catena d’Oro) venne svelato nel 1999 da uno studioso irlandese, Sean Murphy, che pubblicò un articolo sul maggiore quotidiano irlandese e, poi, un libro.
In Italia non se ne seppe nulla, nonostante la dimensione globale della frode tesa a vendere questo finto Ordine dinastico e titoli nobiliari farlocchi in salsa irlandese e nonostante l’Italia, suo malgrado, giocò un ruolo fondamentale in questa truffa internazionale, con una ondata di discredito internazionale che coinvolse l’ordinamento della Giustizia e la Città di Casale Monferrato.
Riportiamo, qui di seguito, un famoso articolo dello storico Sean. J. Murphy che sconvolse, con le sue rivelazioni, il mondo araldico nobiliare e cavalleresco, disvelando un traffico internazionale da milioni di dollari che arricchì molti avventurieri e spacciatori di diplomi falsi.
MacCarthy Versus Horak 1997-98

“Premessa
Dieci anni fa [l’articolo del 2007, n.d.r.] ebbe inizio l’importante causa giudiziaria MacCarthy contro Horak, un episodio chiave nella vicenda dei Mac Carthy Mór. Si ricorderà che fin dagli anni Ottanta Terence MacCarthy di Belfast aveva rivendicato il titolo di capo dei MacCarthy di Munster e che, nel 1992, era stato riconosciuto come Mac Carthy Mór attraverso un certificato che recava le firme dell’allora araldo capo d’Irlanda e del suo vice in carica. Tuttavia, nonostante l’approvazione da parte dei funzionari statali irlandesi, i dubbi sul titolo e sull’ascendenza reale di MacCarthy aumentarono e, nel 1997, apparve un pretendente rivale, nella persona di Barry Trant McCarthy del Wiltshire. Per ragioni che verranno spiegate, Terence MacCarthy scelse Casale Monferrato, una città di modeste dimensioni in Piemonte, nell’Italia nord-occidentale, come luogo in cui ricorrere alla legge nel tentativo di fugare i dubbi emergenti sul suo status e di mettere a tacere i detrattori.
La decisione di intraprendere un’azione legale sarebbe stata provocata da un certo dottor Marco Horak, il quale avrebbe negato, sia pubblicamente che privatamente, in primo luogo il diritto di MacCarthy di portare lo stemma più elaborato della “Eóghanacht Royal House of Munster”, rispetto alla versione registrata dal Chief Herald of Ireland, e in secondo luogo di poter conferire titoli feudali senza il consenso del Chief Herald of Ireland. Il 15 luglio 1997 MacCarthy scrisse a Horak, intimandogli di desistere dal fare tali affermazioni, avvertimento che sarebbe rimasto inascoltato.

L’Italia è una Repubblica e, sebbene la sua costituzione non riconosca i titoli, è stato affermato che il suo sistema giuridico prevede comunque un metodo per giudicare le questioni relative agli stemmi, tenendo conto anche di pedigree, titoli e ordini. Per quanto anomalo possa sembrare, sembra che fosse disponibile un meccanismo (Lodo Arbitrale) per istituire a Casale Monferrato un Tribunale Arbitrale dei Pari, i cui membri dovevano essere di rango e qualifica adeguati. Questo tribunale arbitrale civile aveva lo scopo di esaminare le questioni controverse tra le parti e di emettere una sentenza vincolante per entrambe. MacCarthy e Horak accettarono di portare la loro controversia davanti a questo tribunale e la causa iniziò il 4 dicembre 1997.

Marco Horak è stato descritto come membro dell’Unione della Nobiltà d’Italia, Cavaliere dell’Ordine Costantiniano di San Giorgio, esperto studioso e autore di numerose opere di araldica, genealogia e diritti nobiliari. MacCarthy e Horak hanno concordato la nomina di tre giudici, tutti di rango nobiliare, ovvero il dottor Roberto Messina, sempre Cavaliere Costantiniano e studioso esperto, che ha presieduto, insieme alla Marchesa Bianca Maria Rusconi, Dama Costantiniana e studiosa esperta, e il dottor Riccardo Pinotti, Cavaliere Costantiniano, funzionario della Repubblica di San Marino, e naturalmente studioso esperto.
È da notare che i giudici e il convenuto erano soci del dottor Pier Felice degli Uberti, talvolta chiamato Conte di Cavaglià, Presidente della Commissione Internazionale per gli Ordini Cavallereschi ICOC, e che il dottor Pinotti era suo suocero. La Commissione internazionale era stata istituita al quinto Congresso internazionale di scienze genealogiche e araldiche di Stoccolma nel 1960 ed era stata presieduta per molti anni dallo scozzese, araldista ed esperto di diritto nobiliare, il tenente colonnello Robert Gayre di Gayre e Nigg. Gayre aveva suscitato una notevole opposizione facendo riconoscere alla Commissione il rinato Ordine di San Lazzaro, e l’organismo divenne in seguito fortemente lazarista nella sua composizione. Attraverso il Segretario generale della Commissione, il tenente colonnello Patrick O’Kelly de Conejera, Terence MacCarthy entrò in contatto con Gayre e, nel 1984, riuscì a far inserire nel registro il suo controverso ordine Niadh Nask. Inoltre, dopo la morte di Gayre, MacCarthy arrivò a dominare la Commissione, tanto che, nel 1998, era presidente, con O’Kelly de Conejera vicepresidente, degli Uberti amministratore, Charles McKerrell di Hillhouse vice amministratore e la dottoressa Maria Loredana Pinotti segretario generale. È chiaro quindi che Casale Monferrato fu scelta come sede del processo in gran parte grazie ai legami con la Commissione internazionale di Terence MacCarthy.



Il primo verdetto
Il Collegio Arbitrale si riunì a Casale Monferrato il 9 dicembre 1997 per esaminare i motivi e le prove di entrambe le parti. L’attore MacCarthy produsse un’enorme quantità di documentazione a sostegno del suo caso, che ammontava a circa 2.500 pagine e comprendeva quanto segue:

certificato di riconoscimento di MacCarthy come Mac Carthy Mór, datato 28 gennaio 1992, firmato sia dal Chief Herald Donal F Begley che dal suo vice, allora in carica, Fergus Gillespie; una copia del passaporto irlandese di MacCarthy in cui era descritto come “The MacCarthy Mór, Prince of Desmond”; una lettera dello Standing Council of Irish Chiefs and Chieftains che conferma che MacCarthy ne era membro fin dalla sua “ricostituzione” nel 1991; un certificato rilasciato il 19 aprile 1993 dal Cashel Urban District Council che conferma di aver concesso un ricevimento civico a MacCarthy; una copia del manoscritto Genealogie de la Royale et Serenissime Maison de MacCarthy; estratti da Who’s Who in Ireland e Debrett’s People of Today; copie delle lettere del Chief Herald Begley del 18 giugno e del 3 novembre 1988 che confermano che non c’è alcuna obiezione alla cessione di titoli da parte di MacCarthy; il tutto completato da copie di pubblicazioni di MacCarthy e del suo socio Andrew Davison, “Conte di Clandermond”, e da altro materiale vario pubblicato.
Il Collegio Arbitrale ha iniziato l’esame delle prove, esaminando le sezioni 1 e 2 dell’articolo 40.2 della Costituzione irlandese, che dichiarano rispettivamente: “I titoli nobiliari non possono essere conferiti dallo Stato” e “Nessun titolo nobiliare o d’onore può essere accettato da un cittadino se non previa approvazione del governo”. È stato notato che mentre la Repubblica d’Irlanda aveva scelto di riconoscere l’esistenza delle case reali gaeliche, secondo il diritto internazionale, uno Stato successore non aveva il diritto di modificare lo status dei capi di case reali non regnanti. Il Collegio Arbitrale ha constatato che le signorie del Regno di Desmond erano elencate in un trattato di St Leger del 1588 e nel manoscritto Genealogie de MacCarthy. Le “prerogative dei Mac Carthy Mór su tali signorie feudali” erano state riconosciute dal Chief Herald nella sua lettera del 16 giugno 1988. Inoltre, tali titoli erano una forma di “proprietà incorporea” e l’articolo 40.3.2 della Costituzione irlandese garantiva ai cittadini il pieno godimento delle loro proprietà. Nella sua lettera del 16 giugno 1988, il Chief Herald aveva ammesso che Mac Carthy Mór aveva “in base alla nostra Costituzione … il diritto di disporre di tali proprietà”.
Il Collegio Arbitrale ha quindi esaminato le armi rivendicate dai MacCarthy, passando brevemente in rassegna la storia dell’araldica in Irlanda e le relative tradizioni anglo-normanne e gaeliche. È stato notato che, come nel caso di altre famiglie regnanti gaeliche, i MacCarthy hanno adottato la “vera araldica” solo nel XVI secolo, ma il simbolo principale di un cervo rosso è stato associato alla monarchia di Eóghanacht per secoli. Le armi di Donal Mac Carthy Mór, conte di Clancare, sono state registrate nella loro forma di base come “Argento, un cervo passante di rosso, non scudato e armato d’oro” (cioè “su uno scudo d’argento un cervo rosso zoccolato e coronato d’oro”), che era la forma delle armi registrate dall’araldo capo. Tuttavia, secondo altre fonti, in particolare il foglio 99 del manoscritto Genealogie de MacCarthy, lo scudo dovrebbe essere “sormontato dall’antica corona d’oro a cinque punte del Regno di Desmond, circondata da un collare di Niadh Nask e sostenuta da due angeli”, con il motto Lámh Láidir Abú (“Braccio forte per sempre”). I rami principali dei Mac Carthy in esilio in Francia avevano portato questa versione più elaborata delle armi e l’attuale Mac Carthy Mór stava quindi seguendo l’esempio dei suoi predecessori nell’esibire queste armi.
Il Collegio Arbitrale ha inoltre esaminato la questione della sovranità che può essere esercitata da un principe deposto. Mentre i diritti di comandare e far rispettare l’obbedienza possono essere limitati, la Fons Honorum o prerogativa di conferire titoli è mantenuta completa e può essere trasmessa ai successori. Nel caso in esame, Il Collegio Arbitrale ha osservato che, sebbene “privato dell’esercizio dell’autorità effettiva sui territori un tempo compresi nei regni di Munster e Desmond”, il Mac Carthy Mór godeva all’interno del suo clan di “quella che potrebbe essere considerata una sovranità non territoriale su più di mezzo milione di persone disperse in tutto il mondo che portano il suo cognome”.
Il 19 dicembre 1997 i giudici Messina, Rusconi e Pinotti emisero un verdetto a favore dell’attore MacCarthy e contro il convenuto dottor Marco Horak. Il Collegio Arbitrale ha dichiarato che MacCarthy aveva il diritto di fregiarsi dei suoi vari titoli, di esercitare la prerogativa di Fons Honorum, di disporre secondo i propri desideri delle signorie feudali gaeliche spettanti alla Casa Reale Eóghanacht di Munster e di fregiarsi dello stemma completo di tale Casa Reale. In considerazione della “natura speciale” del caso e delle “prestazioni gratuite” dei giudici, fu stabilito che le spese del processo fossero considerate pagate. Il 20 dicembre la sentenza o “lodo arbitrale” è stata depositata agli atti della Pretura di Casale Monferrato e il 12 gennaio 1998 il Pretore ha dichiarato definitivo (delibato, ndr) l’arbitrato e gli ha conferito gli effetti giuridici di una sentenza.
Il secondo verdetto
Il procedimento non si concluse qui, perché il Collegio Arbitrale di Casale Monferrato aveva rinviato all’anno successivo l’esame di altre controversie tra MacCarthy e il dottor Marco Horak. Il 22 giugno 1998 Il Collegio Arbitrale, presieduto dagli stessi giudici Messina, Rusconi e Pinotti, si sarebbe nuovamente riunito per decidere in merito al diritto di Mac Carthy Mór di sormontare lo stemma del Niadh Nask o Ordine Militare della Catena d’Oro con l’antica Corona di Munster. Horak avrebbe dichiarato in più occasioni che non esistevano prove storiche dell’esistenza nell’Irlanda gaelica del cavalierato o dello stesso Niadh Nask, e che il conferimento di tale Ordine da parte di MacCarthy era quindi illecito. È stato dichiarato che il 30 agosto 1997 MacCarthy aveva scritto a Horak intimandogli di desistere da queste accuse, ma senza effetto.
Anche in questo caso il ricorrente MacCarthy ha prodotto al Collegio Arbitrale voluminose prove a sostegno del suo caso, tra cui il verdetto del 19 dicembre 1997; il certificato del Chief Herald del 28 gennaio 1992; il manoscritto Genealogie de MacCarthy; il passaporto irlandese del ricorrente; la lettera dello Standing Council of Irish Chiefs and Chieftains; l’edizione del 1996 del Registro della Commissione Internazionale per gli Ordini Cavallereschi ICOC che elenca il Niadh Nask; le lettere di brevetto sudafricane del 23 marzo 1983 che registrano le armi del Niadh Nask; la documentazione che riconosce il nome e le armi del Niadh Nask rilasciata da agenzie governative in Canada e negli Stati Uniti d’America; e varie pubblicazioni di MacCarthy, il “Conte di Clandermond” e altri.
Il Collegio Arbitrale ha iniziato valutando se esistessero prove storiche dell’esistenza del cavalierato nell’Irlanda gaelica prima dell’invasione anglo-normanna del 1169. È stato osservato che sia Selden che Froissart avevano affermato che gli irlandesi gaelici avevano le proprie forme distintive di cavalleria e che l’affermazione contraria dell’imputato era basata sull’ignoranza. Per quanto riguarda le prove storiche dell’esistenza del Niadh Nask, Il Collegio Arbitrale ha fatto riferimento alle fonti citate in un lavoro presentato dal ricorrente. Tra le fonti e le autorità citate vi erano gli Annali di Clonmacnoise, Geoffrey Keating, Comte O’Kelly d’Aghrim, Canon U J Burke, P W Joyce, il cui peso combinato avrebbe dimostrato l’esistenza di un antico ordine irlandese chiamato Niadh Nask o Cavalieri del Collare d’Oro. Sebbene sia stato indicato che il presunto fondatore del Niadh Nask, il re Muinheamhoin, che regnò intorno al 691 a.C., fosse mitico, Il Collegio Arbitrale ha preso atto delle 88 generazioni ininterrotte di discendenza registrate tra lui e il ricorrente Mac Carthy Mór.
Il Collegio Arbitrale è passata poi a considerare una questione apparentemente non pertinente alle questioni in esame, ma che evidentemente deve essere stata ispirata dalla recente rivendicazione del titolo di Mac Carthy Mór, presentata da Barry Trant McCarthy. Questo è stato presentato come il caso “ipotetico” di una disputa di successione tra un Mac Carthy Mór in carica che detiene il titolo per tanistry [sistema di successione gaelico di titoli, n.d.r.] e un “Pretendente” che rivendica lo stesso titolo per diritto di primogenitura. Una simile rivendicazione rivale, si affermava, non poteva essere ascoltata in alcun tribunale, poiché Mac Carthy Mór non era “tenuto a rispondere di tale questione ad alcuna giurisdizione, se non, eventualmente, alla sua Derbfine, o al Consiglio dei Principi del Sangue”. Se un ipotetico Pretendente avesse cercato il riconoscimento da parte di uno Stato successore, “le conseguenze legali di un tale atto sarebbero state un tradimento contro la sua stessa dinastia”.
Inoltre, è stato sottolineato che il codice legale della Repubblica d’Irlanda si basa sulla Common Law inglese, in base alla quale tutti i titoli gaelici sono stati aboliti. La “procedura amministrativa” del Chief Herald di concedere un “riconoscimento di cortesia” ai portatori di titoli gaelici era “discutibile se non addirittura illegale”, e di certo non gli conferiva l’autorità legale di “annullare le leggi di successione”. Di conseguenza, la Corte ha dichiarato “che le uniche leggi valide che regolano la discendenza del titolo di capo della Casa Reale di Eóghanacht di Mac Carthy Mor, con il titolo ereditario del Niadh Nask in esso conferito, sono le Leggi Brehon di Tanistry”. Il Collegio Arbitrale ha quindi condotto un esame storico della discendenza delle Corone Eóghanacht di Munster e Desmond, dimostrando con soddisfazione che le Leggi Brehon di Tanistry e non la primogenitura sono state la modalità operativa di successione.
Dopo queste digressioni, Il Collegio Arbitrale tornò alla questione principale, il Niadh Nask. Il Collegio Arbitrale ha concluso dalle prove presentate che tale ordine era esistito fin dal passato remoto senza interruzioni e ha affermato che rientrava nella Fons Honorum del ricorrente MacCarthy “conferire il Niadh Nask come onore dinastico”. Il Collegio Arbitrale ha anche notato che il Niadh Nask era stato riconosciuto come “ente armigero” nelle giurisdizioni del Sudafrica, del Canada e degli Stati Uniti d’America. Di conseguenza, il 19 giugno 1998 gli arbitri Messina, Rusconi e Pinotti respinsero l’eccezione del convenuto Horak e accolsero nuovamente i reclami del ricorrente MacCarthy, dichiarando che il Niadh Nask “deve essere considerato nel diritto internazionale come un’onorificenza dinastica della Casa Reale di Munster”, che la Repubblica d’Irlanda non aveva “alcuna giurisdizione in nessuna questione determinata dalla Brehon Law” e che l’attore, in quanto capo della Casa Reale di Eóghanacht, aveva il diritto di usare le armi del Niadh Nask, “sormontate dall’Antica Corona Reale di Munster”. Come nel primo arbitrato, si rinunciò alle spese della causa. Non è chiaro se il secondo lodo arbitrale sia stato depositato nell’Archivio della Pretura di Casale Monferrato come il primo.
Horak non sembra aver presentato una documentazione così dettagliata come quella di MacCarthy e, nel complesso, sembra essere stato un convenuto piuttosto docile o forse remissivo durante i procedimenti di entrambi i processi. Non c’è traccia di un’energica messa in discussione delle prove di MacCarthy da parte di Horak, e in generale il campo è stato lasciato libero all’attore di dettare effettivamente i lodi arbitrali.
Le conseguenze
I sostenitori di MacCarthy erano ansiosi di diffondere i lodi arbitrali delibati italiane a suo favore e nel novembre 1998 pubblicarono un resoconto dal titolo A New Book of Rights (Clonmel, County Tipperary, 1998), che conteneva il testo dei procedimenti legali e dei lodi arbitrali delibati tradotti dall’italiano all’inglese, insieme a diversi saggi contenenti commenti storici e giuridici. Peter Berresford Ellis ha contribuito con un’introduzione, nella sua veste di “storico della Casa Reale di Munster”, in cui insiste ancora una volta sul fatto che la successione ai titoli gaelici deve avvenire secondo la Legge Brehon. In particolare, Ellis sosteneva che le sentenze di Casale Monferrato significavano che la supremazia della Brehon Law a questo proposito era ormai riconosciuta dal diritto internazionale. John Michael Johnson, un giudice militare americano e un Niadh Nask, ha descritto il primo verdetto a favore di Terence MacCarthy come “un modello di chiarezza analitica” e il secondo verdetto come un consolidamento “del quadro storico, genealogico e legale che sta alla base del Niadh Nask”.
Il Capitano Mitchell Lee Lathrop, descritto come Procuratore Generale dei Niadh Nask, ha salutato le decisioni del Collegio arbitrale come “una pietra miliare nel chiarire e armonizzare diversi concetti giuridici basati su diversi corpi di leggi”. David Victor Brooks, descritto come consulente legale di Mac Carthy Mór e ancora una volta un Niadh Nask, si è scagliato contro “una piccola e male informata cricca anglofila e ibernofoba, dipendente da Internet, di sedicenti esperti” che ha tentato “di denigrare lo status storico dei principi irlandesi”. L’opera si concludeva con la traduzione in inglese e il testo in spagnolo di un certificato d’armi rilasciato a MacCarthy l’8 dicembre 1997 dal Marqués de la Floresta, Cronista de Armas de Castilla y León, che citava specificamente documenti di convalida del suo pedigree rilasciati dai Chief Heralds of Ireland. Ciò è stato preceduto dalle presunte osservazioni di uno degli arbitri di Casale Monferrato, la dottoressa Rusconi, che a seguito di un commento sulle presunte origini spagnole della Casa Reale Eóghanacht di Munster per discendenza milesiana, avrebbe dichiarato che il certificato del Cronista costituiva un atto formale con cui la Corona di Spagna, attraverso un certificato rilasciato da un funzionario delegato, aveva “riconosciuto il fatto che Mac Carthy Mór, Principe di Desmond, è il Capo del suo Nome e delle sue Armi e Capo della sua Casa Reale, e possiede il potere di Fons Honorum”.

Quando chi scrive ha appreso per la prima volta delle sentenze di Casale Monferrato attraverso i resoconti di Internet e la pubblicazione citata, la reazione iniziale è stata di sorpresa per il fatto che un tribunale italiano avesse la presunzione di emettere tali sentenze a favore di MacCarthy. Quale sarebbe stata la reazione se un pretendente a un titolo nobiliare e alle armi italiano avesse ottenuto sentenze a suo favore da un tribunale irlandese? È giusto dire che la pubblicità generata da questo caso su Internet, e in particolare le discussioni online sul newsgroup rec.heraldry, mi hanno fornito l’ispirazione e le informazioni necessarie per iniziare uno studio approfondito sulla vicenda di Mac Carthy Mór.
È ormai chiaro che il caso MacCarthy contro Horak è stato completamente inventato, un espediente che non è raro quando un portatore di un titolo discutibile cerca di farlo convalidare. Di questi casi Enrique Carlos Conte Zeininger de Borja avrebbe scritto:
Va ribadito ancora una volta che il valore di una sentenza di questo tipo – tanto più in assenza di un contraddittorio e del parere di esperti seri – è piuttosto problematico per stabilire l’esistenza o l’inesistenza di un fatto storico. Purtroppo, i tribunali italiani sembrano eccellere nel pronunciare tali sentenze. (citato in http://www.maineworldnewsservice.com/caltrap/The%20Emperor%20of%20Palm%20Beach.htm)
In Irlanda l’Office of the Chief Herald non ha reagito al procedimento giudiziario di Casale Monferrato, mantenendo un silenzio sul suo ruolo nel convalidare la pretesa di MacCarthy al titolo di capo, che sarebbe stato rotto solo in seguito alla rivelazione dell’imbroglio nel 1999. Per mettere le cose in chiaro ancora una volta, il 16 giugno 1999 lo scrivente ha pubblicato un rapporto indipendente che denunciava la falsità delle affermazioni di Terence MacCarthy e il ruolo dell’Office of the Chief Herald nel favorirle, seguito da una denuncia nell’edizione irlandese del Sunday Times del 20 giugno. Il mese successivo, il 19 luglio, l’allora Chief Herald Brendan O Donoghue annunciò di aver annullato il riconoscimento di MacCarthy come capo e di aver invalidato la sua conferma d’armi e il suo pedigree registrato (trovando anche il tempo di conferire con gratitudine al presente scrittore il titolo di “sedicente salvatore della genealogia irlandese”).

Nel febbraio 2004, nel corso di un’altra discussione su rec.heraldry, è stato ammesso che il caso di Casale Monferrato è stato effettivamente architettato, ma è stato affermato che coloro che hanno organizzato e facilitato il procedimento non hanno agito come complici di MacCarthy, ma come amici del dottor Horak, cercando di proteggerlo dalla rovina legale, e che in effetti erano tutti vittime del ricatto di MacCarthy (discussione archiviata su http://groups.google.com). Questa spiegazione ha il merito di essere plausibile e di essere accettata per motivi di carità, ma chi scrive non crede che racconti tutta la storia. Inoltre, lo scrivente è stato informato dal dottor degli Uberti, ora Presidente dell’ICOC -Commissione Internazionale per gli Ordini Cavallereschi – ricostituita e post-macartista, che il suddetto articolo attribuito alla dottoressa Rusconi era in realtà un falso, il che solleva il dubbio che anche altre parti del libro The New Book of Rights siano state inventate.

In effetti non è chiaro se a Casale Monferrato si sia mai svolto un procedimento giudiziario formale, se tutti i partecipanti si siano effettivamente incontrati faccia a faccia, e non sarebbe irragionevole, a questo punto, descrivere il caso MacCarthy contro Horak come una bufala.Rimane ovviamente irrisolto il problema di quanto sia eticamente accettabile, in qualsiasi circostanza, partecipare a una simile messinscena legale, che non ha portato alcun merito al sistema giuridico italiano. Tuttavia, il procedimento assurdo di Casale Monferrato del 1997-98 ha portato qualcosa di buono, in quanto, a posteriori, si può ritenere che abbia contribuito alla caduta di Terence MacCarthy, e si spera che abbia reso difficile, se non impossibile, a qualsiasi altro impostore di organizzare un caso simile in Italia.

Mi è stato più volte assicurato che i verdetti di MacCarthy contro Horak sono stati formalmente annullati, ma la promessa conferma documentale di questa affermazione non si è concretizzata. Devo anche ammettere la mia delusione per il fatto che per circa otto anni il dottor degli Uberti ha lasciato inalterata online l’accusa che io abbia scritto su MacCarthy contro Horak “in modo incompetente”, opinando anche che “le persone che frequentano i newsgroup raramente provano le loro affermazioni con documenti e preferiscono espressioni non scientifiche e opinioni superficiali evitando di studiare la questione più a fondo” (http://www.geocities.com/Paris/Cathedral/4800/IIHG/MCM2.html) [ora raggiungibile a:https://web.archive.org/web/20091023050429/http://www.geocities.com/Paris/Cathedral/4800/IIHG/MCM2.html ]
Ahimè, la mia principale offesa non è quella di non essere in grado di cogliere la complessità di casi come quello di Mac Carthy Mór, ma di comprenderli fin troppo bene, e la verità è infatti più difficile da perdonare della menzogna. Sebbene l’Ufficio del Chief Herald sia stato ricostituito nel 2005 sulla scia dello scandalo Mac Carthy Mór e il secondo firmatario del certificato di chiefship di Terence MacCarthy sia stato promosso alla carica di Chief Herald nel 2005, permangono seri interrogativi sul potere legale dell’ufficio di concedere armi (http://homepage.eircom.net/%7Eseanjmurphy/chiefs/armscrisis.htm). Un resoconto completo di MacCarthy contro Horak si trova nel mio libro Twilight of the Chiefs: The MacCarthy Mór Hoax, Bethesda, Maryland, 2004, pagg. 87-95. In conclusione, va sottolineato che MacCarthy contro Horak non fu un vero e proprio caso giudiziario, le sue sentenze non ebbero mai alcuna validità legale e certamente non stabilirono alcun punto di diritto né a livello nazionale né a livello internazionale in relazione al titolo di capo dei Mac Carthy Mór, o in relazione a pedigree, armi, titoli e ordini in generale
Sean J. Murphy, MA, Centre for Irish Genealogical and Historical Studies”.
